Ferrante Aporti è una delle figure più importanti della storia della scuola dell’Ottocento; è stato un teologo ed un pedagogista, pioniere dell’educazione scolastica infantile. Ha il merito di aver fondato i cosiddetti “asili aportiani” e di aver creato un nuovo metodo d’istruzione per l’infanzia, il quale dà notevole importanza alla prima educazione ricevuta e alla possibilità di coinvolgere e riunire negli asili tutti i bambini, indipendentemente dalla loro classe sociale.
Nasce il 20 novembre 1791 a San Martino dell’Argine, in provincia di Mantova; proveniente da una famiglia piuttosto agiata, spinto dal padre, si dedica alla carriera ecclesiastica, ricevendo a Cremona nel 1815 gli ordini sacerdotali. Fu grande studioso non solo di teologia ma anche di matematica, perciò frequenta a Vienna la scuola di specializzazione del Collegio Theresianum. Fin da subito non condivide l’indirizzo dominante dell’istituto, orientato a formare preti che siano soprattutto servitori dello Stato asburgico; per questo motivo, non essendo disposto a giurare fedeltà a dottrine non in linea coi principi della Chiesa, nel 1819 rinuncia a conseguire la laurea. A Cremona ottiene la cattedra di storia ecclesiastica nel seminario diocesano e, contemporaneamente, gli viene affidata dall’amministrazione austriaca la nomina di direttore delle scuole elementari maggiori ed ispettore scolastico provinciale. Aporti si dedica completamente all'attività educativa, intesa come lotta all'ignoranza, la vera ed unica origine dei mali dell'uomo, della società e della patria. Fonda nuove strutture, nuovi metodi, nuovi modelli educativi; in pochi anni amplia la sua scuola elementare, tiene corsi per i maestri, apre le scuole festive di disegno e architettura, presenta un progetto di riforma per creare gli istituti tecnici, promuove la diffusione di istituzioni educative sul territorio cremonese.
L'attenzione per la condizione di abbandono dei bambini appartenenti alle classi popolari lo induce a fondare a Cremona, nel 1828, il primo "asilo d'infanzia" in Italia, a pagamento, per alunni da due anni e mezzo a sei anni.
Nel 1830 apre, invece, la prima scuola infantile gratuita, da tre a sei anni, per sottrarre i fanciulli poveri all’ignoranza e alla povertà; l'iniziativa si diffonde in pochi anni nel resto del Lombardo-Veneto, in Toscana e in Emilia.
Nel 1834 apre a San Martino dall'Argine la prima scuola infantile rurale e promuove anche scuole per sordomuti, ciechi e orfani del colera.
L'istituzione dell'asilo suscita dibattiti in tutta Italia e impegna Aporti a pubblicare articoli e saggi su diverse riviste; la sua fama si diffonde e viene invitato da numerosi intellettuali, politici e regnanti in tutta la penisola per illustrare la sua iniziativa. Negli ultimi anni della sua vita continua a dedicarsi con passione instancabile alla sua attività di studioso e promotore di istituzioni educative, scrivendo testi, articoli e lettere di teologia e pedagogia e ottenendo inoltre diverse onorificenze sabaude e straniere.
Nel 1856 viene nominato senatore dal governo sabaudo; muore a Torino il 29 novembre 1858.

METODO PEDAGOGICO
Ferrante Aporti fu il primo a creare a Cremona un vero e proprio istituto educativo per l’infanzia; il suo obiettivo non era soltanto quello di aiutare i bambini delle classi più povere, ma era mosso da un intento pedagogico che gli faceva credere che un’educazione integrale potesse essere cominciata nella prima infanzia e non essere rinviata ai sei anni. Il cosiddetto “asilo d’infanzia” doveva sostituire le sale di custodia, in cui i bambini erano semplicemente difesi dai pericoli della strada, ma non ricevevano alcuna educazione ed erano condannati all’inerzia, in locali privi di requisiti igienici.
Il nuovo istituto era un luogo in cui si curava armonicamente l’educazione fisica, intellettuale, morale e religiosa e che doveva fornire una refezione gratuita, così da sollevare le famiglie dal gravoso mantenimento di una prole numerosa.
Secondo Aporti, quindi, l’asilo doveva:
  • accogliere e preservare dai pericoli della strada i figli dei lavoratori (assistenza e prevenzione);
  • aiutare le famiglie a sostenerli mediante la refezione (refettorio);
  • educare i bambini nello sviluppo intellettivo, religioso, morale e fisico (5 ore dedicate all'educazione fisica e 4 ore dedicate all'attività intellettuale e morale);
  • migliorare, attraverso i fanciulli, le condizioni sociali del popolo e suscitare la coscienza nazionale.
Il principale scritto su cui si basa la pedagogia aportiana è il “Manuale di educazione e ammaestramento per le scuole infantili”, che si divide in due parti: la prima tratta l’educazione infantile in generale, la seconda le materie ed i metodi di “ammaestramento”. Denuncia molti errori dell’educazione e consiglia per il bambino molta libertà di movimento, molte ore di sonno e cure igieniche elementari;raccomanda che il fanciullo sia protetto da cattivi esempi e che sia trattato evitando l’impazienza o la severità eccessiva; per quanto riguarda l’educazione religiosa, ritiene sbagliato insegnare le preghiere in latino o indurre il bambino a confondere la religione con il superstizioso culto dei santi o con la pratica esteriore; infine l’educazione intellettuale è per lui la più trascurata, perché si crede erroneamente che i bambini prima dei sei anni siano incapaci di applicarsi intellettualmente.
Nell’asilo aportiano si comincia già a leggere e a scrivere, o almeno si fanno esercizi preliminari; il bambino non è mai forzato ad imparare, se non è abbastanza maturo.
Nei programmi si parla di ginnastica, intesa come esercizi fisici atti ad irrobustire il corpo senza recare danno, e di giochi con la palla, con il cerchio o con la fune.
La permanenza dei bambini all’asilo dura dalle otto del mattino alle cinque pomeridiane; di queste ore, ben quattro, sono dedicate ad esercizi di memoria, aritmetica mentale, nomenclatura, scrittura, lettura, catechismo e storia sacra, spiegazione delle “regole di civiltà”; le attività intellettuali sono interrotte, però, da frequenti ricreazioni: marce, canti, esercizi di ginnastica, preghiere, giochi e lavoretti fuori dalle aule. Le attività, che variano ogni mezz'ora, in genere venivano organizzate in questo modo: appello, preghiera e canto, colazione alle 10, ricreazione, nomenclatura, gioco e preghiera, aritmetica, catechismo e sacre scritture, pranzo alle 12 e 30, ricreazione e preghiera, alfabeto in prima classe, scrivere in seconda e terza, canto e merenda alle 16 e infine ginnastica. Nel metodo aportiano ci sono diverse attività caratteristiche, come l’esercizio di nomenclatura (presentando oggetti d’uso comune e pronunciandone il nome) e l’insegnamento della storia sacra, basato su appositi tabelloni illustrati (il bambino accoglie volentieri il racconto di storie e tende a chiedere spiegazioni di fronte ad un’illustrazione). Purtroppo gli asili d’infanzia perdettero gradualmente il loro valore educativo a causa dell’insufficiente preparazione del personale insegnante, che accentuava il carattere mnemonico e meccanico delle attività scolastiche.
Vi era una polemica tra il metodo aportiano e quello del “giardino d’infanzia” di Froebel: i froebeliani rimproveravano all’Aporti la mancanza di un sistema filosofico di base, di non avere ben studiato la psicologia del bambino e di eccedere nell’istruzione, mente gli aportiani rimproveravano al Froebel l’artificiosità e l’astrazione del suo metodo e l’ispirazione matematica dei doni. Il limite del pedagogista cremonese sarebbe appunto quello di tenere in scarsa considerazione le attività spontanee dell’infanzia, cioè il gioco, e l’eccedere nello scolasticismo.
L’aver concepito l’asilo in funzione della scuola elementare è il merito di Aporti, perché capì che l’educazione doveva cominciare per tempo, soprattutto per i bambini delle classi più misere; fu anche il suo limite perché non considerò l’asilo come un istituto a sé, destinato a un’età con caratteristiche proprie fondamentalmente diverse da quelle dell’età scolastica.
In ogni caso, Aporti anticipò Froebel di 10 anni con i suoi studi e i suoi insegnamenti e può quindi essere definito come il pioniere dell’educazione infantile; non a caso, le statistiche del primo Novecento indicavano che l’educazione infantile era generalmente affidata ad istituti in cui si adottava il metodo misto di aportismo e froebelismo, ambedue corretti.
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